venerdì 23 febbraio 2018

COPPIE GAY E SEPARAZIONI IMMOTIVATE

Ciao Project,
ogni volta che parlo col mio ex fidanzato il mio cervello si mette in agitazione e comincio a pensare a mille cose. Il mio ex è un ragazzo onesto, è buono dentro, ha i suoi problemi irrisolti, ma ce li abbiamo tutti, ci siamo lasciati ormai da qualche anno ma non abbiamo mai perso i contatti. Quando mi chiama lo sto ad ascoltare con la massima attenzione e cerco di rispondere nel modo più serio possibile. Quando parla con me, ha l’abitudine di fare lunghe pause, cioè, comincia il discorso, poi si interrompe per alcuni secondi (non pochissimi) per rimettere insieme le idee e rispondermi in modo strettamente pertinente, poi riprende a parlare, si vede uno sforzo di dire la verità e di capire quello che voglio trasmettergli. Onestamente, sono contento che tra noi non sia finito tutto, perché questo vuol dire che lui non ha conservato di me un ricordo negativo. Tra noi le cose non hanno funzionato, o meglio hanno funzionato fino ad un certo punto, ma poi ci sono state delle incomprensioni. Oggi, a distanza di tempo, devo dire che quelle incomprensioni mi sembrano molto meno significative e in qualche modo mi accorgo di essermi lasciato spaventare da cose che in effetti non avevano poi nulla di speciale, anche se, devo dire, il suo comportamento e il suo modo di vedere le cose sono cambiati nel corso degli anni. Io, dopo di lui, sono rimasto solo e lui lo stesso. Qualche volta comincio a pensare alla fine della nostra storia e mi sembra solo il frutto di una serie di incomprensioni dipendenti una dall’altra, una specie di catena di eventi, che una volta partita diventa incontrollabile e che alla fine ci ha portato a dividerci, anche se in effetti non c’era nessuna motivazione seria per farlo. Io capisco che si possa lasciare il proprio ragazzo se c’è un’altra storia che sta nascendo, perché non puoi stare con due ragazzi contemporaneamente, ma quando ci siamo lasciati, lui non aveva un altro ragazzo e nemmeno io. E allora perché buttare via tutto?
Io ho avuto l’impressione che lui potesse sentirsi condizionato, forse meno libero, che una volta superato l’entusiasmi inziale lui abbia percepito il trasformarsi del nostro rapporto in routine, e proprio per questo mi sono sentito in dovere di parlarne con lui esplicitamente. Lui, a sua volta, ha interpretato le mie preoccupazioni come un modo diplomatico per dirgli che forse mi ero stancato di lui e quindi ha pensato che fosse suo dovere non farmi sentire legato e darmi una possibilità di uscita. L’idea che i discorsi dell’altro non fossero del tutto autentici ma nascondessero altre motivazioni, molto meno altruistiche, ha finito per condizionare i nostri discorsi e, passo dopo passo, abbiamo cominciato ad allontanarci pensando entrambi che fosse l’unica cosa da fare, ma questo, sempre dando per scontato che fosse l’altro a voler concludere il rapporto. Anche il momento del distacco, chiamiamolo così, definitivo è stato in effetti molto particolare, nessun risentimento e da parte di entrambi la sensazione di aver compiuto un dovere per il bene dell’altro. Dopo la separazione abbiamo sentito entrambi la mancanza dell’altro, ma abbiamo entrambi tenuto ferme le nostre posizioni, pensando che tornare indietro sarebbe stato in tentativo di legare l’altro. Ma tra noi non è accaduto quello che accade all’interno delle coppie che si dividono: noi abbiamo continuato a sentirci, non da fidanzati, non come coppia, ma nemmeno come semplici amici. Si capiva che tra noi c’era comunque un rapporto importante, per quanto riguarda me ne sono sicuro e per quanto riguarda lui le prove sono state evidenti. Però, comunque, non siam arrivati a rimetterci insieme, proprio per non condizionarci a vicenda. Forse il nostro rapporto aveva veramente bisogno di riorganizzarsi così come è adesso, senza vincoli, senza obblighi o formalità, forse il problema non era tra noi, ma consisteva nel fatto che avevamo in mente un modello di relazione di coppia che con noi aveva ben poco a che vedere, un modello quasi matrimoniale, che in effetti non poteva reggere. Siamo una coppia? Siamo una coppia aperta? Francamente non credo né una cosa né l’altra, semplicemente ci vogliamo bene e fino a questo momento  la nostra libertà non solo non ha distrutto, ma ha rafforzato il nostro rapporto. Non so dire se tra noi c’è amore, certamente c’è stato, ma forse adesso resta soprattutto un affetto profondo, un rispetto reciproco, un sentire che ci possiamo fidare uno dell’altro. Lui ha provato con altri ragazzi, ma alla fine non è riuscito a costruire nulla di duraturo con nessuno, qualche volta si è anche innamorato profondamente, ma non è stato ricambiato. Ha parlato spesso con me delle sue delusioni e anche sei suoi entusiasmi, sapeva benissimo che non avrei provato nessuna gelosia ma che avrei pensato soltanto alla sua felicità. Mi sono chiesto tante volte come reagirei se lui riuscisse prima o poi a costruire una storia d’amore forte e esclusivo, nel senso che potrebbe arrivare a dimenticarsi anche di me. Qualche volta penso che una cosa del genere non possa accadere, altre volte penso che farei fatica ad abituarmi all’idea di non sentirlo più, però poi, alla fine, mi arrenderei, se lo vedessi felice. Non siamo più giovanissimi, Project, siamo ormai oltre i 35, e alla nostra età si comincia a sentire il bisogno della stabilità. Project, c’è una cosa che non ti ho detto ma penso che sia importante, io non sto bene in salute, anche se non sono vecchio, ho molti problemi fisici, che sul momento non mi condizionano troppo, ma prevedo che con gli anni i miei problemi possano diventare problemi seri. Un legame di coppia stabile costringerebbe il mio ex a farmi da badante e questo gli rovinerebbe la vita. Con lui non ho mai parlato di queste cose, perché l’unica volta che ci ho provato è diventato terribilmente malinconico e ho dovuto cambiare discorso. Qualcosa mi spinge a pensare che anche lui non stia in ottima salute e che tenda a non farlo vedere, e penso che anche lui possa avere una paura simmetrica alla mia. Forse magari tornando insieme potremmo veramente vivere meglio entrambi superando i nostri freni psicologici. Che ne pensi, Project?
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mercoledì 21 febbraio 2018

RAGAZZI GAY E GENITORI OMOFOBI

Ciao Project,
ho 50 anni, non sono gay, ma ho un figlio gay di 25 anni e mi piacerebbe fare conoscere la mia esperienza ad altri genitori. Devo dirti che sono stato, negli ultimo due anni, un lettore assiduo dei tuoi siti che mi sono stati utilissimi. Ma cominciamo dall’inizio.
Sono nato nel 68, mi sono sposato giovane, nel 90, i miei pensavano che fosse troppo presto ma io l’ho voluto fare perché volevo vivere con mia moglie e non ho mai rimpianto quella scelta perché mia moglie è una persona che mi vuole bene veramente. Mio figlio, che qui chiamerò Diego, è nato nel 92, quando io avevo 24 anni ed ero un papà giovanissimo. Da piccolo Diego era un bambino molto vivace e curioso di tutto, che si sentiva molto il cucciolo di papà e mamma. Ho ricordi bellissimi di quel periodo (6-10 anni). Col crescere si è dimostrato anche bravo a scuola e molto responsabile, a 14 anni ha avuto le chiavi di casa. Tra noi c’è stato sempre un buon dialogo. Mia moglie non è mai stata una mamma-chioccia e ha cercato dai 14 anni in poi, di metterlo in contatto con ambienti sportivi in modo che potesse stare con altri ragazzi. A 14 anni Diego era già molto alto e giocava a basket a discreto livello, portava a casa i suoi compagni di squadra, li invita a pranzo, io e mia moglie cucinavamo e l’atmosfera era molto gradevole. Le cose sono andate avanti così fino ai 17 anni. Mio figlio non aveva mai portato a casa una ragazza e non aveva mai parlato di ragazze. In casa non avevamo mai parlato seriamente di sesso. Diego vedeva me e la madre che la sera vedevamo la televisione abbracciati e la cosa per lui era assolutamente naturale. Era capitato qualche volta di parlare un po’ di qualche trasmissione televisiva che accennava alla omosessualità. Sia io che mia moglie abbiamo sottolineato che ciascuno è quello che è e che solo le persone poco intelligenti possono avere pregiudizi in questo campo.
Vorrei chiarire che i nostri non erano atteggiamenti “politicamente corretti” assunti perché chi è di sinistra ragiona così. Io, in gioventù ho avuto un amico gay molto più grande di me, che forse si era innamorato di me, che per me è stato un secondo padre, se non ci fosse stato lui non so che fine avrei fatto ma credo che avrei corso molti rischi e molto seri. Anche mia moglie l’ha conosciuto ed è rimasta molto colpita. Insomma, la faccio breve, per me l’omofobia non esiste perché sarebbe la più radicale contraddizione della mia vita e della mia esperienza.
Quindi Diego, a casa, non mai respirato un’atmosfera omofoba. Comunque quando aveva 17 anni io e mia moglie abbiamo cominciato a porci delle domande, non eravamo prevenuti verso l’omosessualità, ma avere un figlio unico e sapere che è gay non è comunque una cosa facilissima da accettare, non fosse altro perché uno si chiede come si deve comportare per fare il genitore nel modo migliore. Avevamo notato che Diego stava molto spesso con un ragazzo che chiamerò Dany, erano inseparabili. Dany veniva spasso a casa. Diego e Dany (“D&D” così si chiamavano tra loro) andavano al campeggio insieme, passavano le vacanze insieme di Natale e di Pasqua in giro per l’Italia. Diego era contento e si vedeva. Io e mia moglie non ci siamo mai intromessi, però abbiamo capito che tra loro c’era qualcosa di più di una semplice amicizia. Diego però non ci aveva accennato nulla e noi non ce la sentivamo proprio di fare domande in proposito. Dany disegnava benissimo, i suoi disegni erano delle vere opere d’arte, e piano piano casa nostra fu piena dei disegni di Dany. Nel frattempo Diego aveva compiuto 18 anni. La festa di compleanno non era stata un’invasione di amici, come quella dei 17, ma era stata tutta centrata su una gita (Sabato e Domenica) con Dany. Qualche volta Diego restava a dormire a casa di Dany, noi non dicevamo nulla ma nel sottofondo però avevamo qualche preoccupazione, non per l’omosessualità ma per i possibili rischi per la salute e un po’ di ansia la sentivamo eccome. Ho pensato che non se ne potesse fare a meno e ho deciso di parlare con Diego. Siamo usciti insieme un pomeriggio e siamo andati alla villa comunale e gli ho detto: “A me e a tua madre Dany ci sta benissimo, ma abbiamo qualche preoccupazione per la salute…” Lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “abbiamo fatto il test tutti e due… e comunque lui non era mai stato con nessuno e nemmeno io.” Gli ho chiesto: “Ma i genitori di Dany lo sanno?” e lui mi ha risposto: “No! E questo è il problema più grosso, perché non sono come te e mamma… insomma Dany li teme.” Abbiamo parlato molto di questo fatto, Diego era veramente preoccupato. Dany avrebbe anche tagliato i ponti con la sua famiglia ma per lui sarebbe stato un trauma. Parlare con mio figlio non solo mi ha tranquillizzato ma mi ha fatto capire che ho un figlio d’oro e che posso ritenermi un padre felice. A casa ho raccontato a mia moglie del discorso fatto con Diego e lei mi ha guardato perplessa e mi ha detto: “Ma tu pensi che noi possiamo fare qualcosa per questi ragazzi?” Si riferiva al fatto di prendere contatto con la famiglia di Dany e di esplorare un po’ la situazione. Le ho risposto che su questo bisognava sentire non solo Diego ma soprattutto Dany. Un giorno che i ragazzi sono venuti a casa il discorso lo ha avviato proprio Diego, Dany sapeva già che noi sapevamo. Dany però era molto esitante, perché a casa sua nessuno sospettava nulla. In sostanza nessuno di noi quattro aveva le idee chiare. I ragazzi dovevano finire l’ultimo anno di liceo e poi sarebbero andati all’università, ovviamente insieme e in un’altra città, avrebbero fatto entrambi ingegneria e avrebbero preso anche un appartamentino monocamera insieme. Ma lo scoglio della famiglia di Dany restava un problema insoluto.  L’anno successivo i ragazzi sono andati all’università, e come previsto hanno condiviso un piccolo appartamento, metà delle spese le pagavamo noi e metà la famiglia di Dany. Le cose sembravano andare bene, i ragazzi erano contenti, poi Dany ha avuto la malaugurata idea di parlare chiaro con i suoi genitori e da lì è cominciato il disastro. Lo hanno minacciato, in pratica lo hanno minacciato di diseredarlo, e non è una cosa da poco perché è una famiglia che sta bene economicamente. Ho chiarito a Dany che in ogni caso la quota di legittima nessuna gliela avrebbe potuta togliere, ma lui nemmeno mi stava a sentire, voleva tagliare i ponti con la sua famiglia, evidentemente dopo il discorso di chiarimento, doveva essere stato trattato malissimo. La famiglia ha smesso di pagare le tasse universitarie e la quota dell’appartamento per costringere Dany e rientrare a casa, Dany voleva lasciare l’università e mettersi a lavorare ma lo abbiamo convinto che sarebbe stata una follia e che avrebbe fatto un danno grave anche Diego, perché studiando insieme ottenevano ottimi risultati, e lui si è lasciato convincere. Abbiamo pagato noi tutte le spese, che in fondo non erano poi una gran cosa. Dany però si sentiva in imbarazzo per questa cosa e noi non sapevamo che cosa fare per rimettere Dany di buon umore. Per fortuna poi i ragazzi sono stati molto impegnati nello studio e questi problemi sono passati in seconda linea. Ogni settimana o io o mia moglie ci facevamo un viaggetto fino a casa dei ragazzi per portare loro i pasti già cucinati per la settimana, in modo che non perdessero tempo per queste cose. Mia moglie lavava e stirava perché avessero gli abiti sempre in ordine, insomma, non li abbiamo lasciati soli e ormai si sono laureati entrambi brillantemente e hanno cominciato anche a lavorare, si tratta ancora di piccole cose, ma così si fanno conoscere e le prospettive si allargano. Purtroppo i genitori di Dany sono spariti, sembra incredibile ma è proprio così, si sono disinteressati del tutto del figlio, non avrei mai pensato che si potesse arrivare a tanto, ma è quello che è successo. Dany non li vede da anni, e poi adesso vive con Diego nella città dove hanno studiato e secondo me non hanno nessun desiderio di tornare nella città di origine. Noi li andiamo a trovare più o meno un weekend al mese e ci accolgono con entusiasmo. Dany è molto amareggiato dal comportamento dei suoi genitori ma ormai ha perso lo speranza che possa cambiare qualcosa.
Project, anche Diego e Dany ti conoscono e tu hai parlato con loro (prima con Diego e poi con Dany, dopo circa un mese, più o meno un anno fa), stai facendo un lavoro utilissimo. Mi piacerebbe molto che tanti genitori aprissero gli occhi e mettessero da parte i pregiudizi perché per un figlio gay vedere che i genitori tentano di forzare la sua libertà e poi spariscono quando si rendono conto che il figlio ha un suo mondo, significa perdere buona parte della visione positiva della vita. Dany aveva trovato Diego e poi ha trovato anche noi e tutto sommato, per lui la situazione non è stata distruttiva, ma se fosse stato solo sarebbe stato costretto a rinunciare agli studi e avrebbe finito per covare dentro di sé un risentimento violento, e tutto questo assolutamente senza nessuna ragione seria. Io ho un figlio gay ma è un ragazzo felice, né io né mia moglie abbiamo timori per il suo avvenire, perché è riuscito a realizzare quello desiderava e ora è un uomo adulto di cui andiamo orgogliosi, ha un ragazzo che ama e che lo ama e non resterà solo. Mi chiedo come sia possibile che ancora nel XXI secolo ci siano genitori tanto fuori dal mondo di pensare di poter abbandonare un figlio perché è gay. Tutto questo è veramente assurdo!
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giovedì 15 febbraio 2018

UNA COPPIA GAY CON UN AMICO SPECIALE

Ciao Project,
volevo raccontanti in breve la mia storia più recente, che è cominciata  in sordina ma che sta diventando la struttura portante della mia vita.
Ho 41 anni, quindi non sono più un ragazzo da un pezzo, ho avuto le mie storie, specialmente tra i 20 e i 30 anni, poi sotto il profilo sessuale sono entrato in una specie di limbo, mi sono dedicato soprattutto al lavoro e in pratica ho messo in stand by la mia vita affettiva-sessuale. Incontravo i miei amici, passavo le serate con loro e stavo bene ma l’idea di trovarmi un ragazzo l’avevo messa da parte. Il mio lavoro, che mi piace molto, mi coinvolgeva e occupava quasi tutto il mio tempo, il tempo rimasto lo dedicavo agli amici, questa condizione, diciamo così di sospensione della vita affettiva è andata avanti per diversi anni, direi quasi fino ai 38, poi ho incontrato Stefano, un ragazzo che ne aveva allora 25 anni, io ne avevo 39. Con Stefano è cominciato qualcosa di nuovo e di inaspettato, che all’inizio ho faticato molto a definire. Non era la classica storia d’amore, anche se lui è veramente un bel ragazzo. Lui ha la sua vita affettiva e sessuale, ha un ragazzo fisso e non lo lascerebbe certo per me. D’altra parte io non l’ho mai considerato come un possibile fidanzato e per la verità di fantasie sessuali su di lui ne ho avute ben poche, cioè è successo specialmente nei primissimi tempi, quando tendevo a inquadrare la relazione come una classica relazione di coppia, poi, man mano che mi sono reso conto che le cose non stavano così, sono sparite anche le fantasie sessuali. Stefano mi chiama più o meno una volta alla settimana, io gli mando un sms molto intenso nei giorni di festa o in risposta a sms mandatimi da lui. Non parliamo spesso ma tra noi si è creato un rapporto speciale che non riesco a definire, stiamo bene insieme, si creano dei momenti molto intensi ma lui sta col suo ragazzo e da quello che vedo per lui il suo ragazzo è veramente essenziale, me ne parla spesso ma non da innamorato da operetta, ne parla con rispetto, con stima, è evidente che si vogliono bene e che tra loro c’è una comunicazione seria, ma il suo ragazzo ha 21 anni e io ne ho 20 di più e questo fa la differenza, almeno è quello che io penso. Io penso che Stefano tenda a non caricare troppo il suo ragazzo parlandogli dei suoi problemi, in qualche modo lui sente di avere una funzione protettiva rispetto al suo ragazzo, tende a rassicurarlo. Ha parlato di me al suo ragazzo e ha insistito perché ci incontrassimo tutti e tre, cosa che è successa. Loro si scambiavano tenerezze davanti a me e la cosa non solo non mi turbava minimamente ma mi sembrava molto bella. Adesso il suo ragazzo, ogni tanto, mi telefona, soprattutto per sapere se Stefano è da me, io penso che si sia reso conto che non ha nulla da temere, e d’altra parte mettere in crisi la storia d’amore di un ragazzo di 21 anni che, tra l’altro, è la felicità di Stefano, sarebbe veramente una cosa squallida. Ma torniamo a Stefano. Ormai do per scontata la sua presenza, penso che sarà una costante della mia vita e già ora è un punto di riferimento fondamentale. Mi sono chiesto mille volte e continuo a chiedermi ogni giorno se la mia presenza possa in qualche modo danneggiare Stefano o il rapporto con suo ragazzo, perché potrei anche essere un elemento dirompente, però vedo che né Stefano né il suo ragazzo mi avvertono come un pericolo, il rapporto tra noi è assolutamente tranquillo, non credo affatto che il ragazzo di Stefano reciti con me fingendo simpatia per compiacere Stefano, lo vedo proprio sereno e a suo agio. D’altra parte io cerco di invadere il campo il meno possibile. Qualche tempo fa non sono stato bene e ho percepito nettamente la presenza sia di Stefano che del suo ragazzo. Sono venuti a trovarmi più volte, mi hanno telefonato entrambi più volte. Credimi, Project, certe volte non so proprio che cosa fare e cerco di mettermi da parte, di lasciare loro la massima libertà, anche, qualche volta, di non farmi trovare. Certe volte vorrei uscire da questo tipo di rapporto che per certi versi mi sembra strano ma poi non lo faccio perché mi rendo conto che non mi permettono di allontanarmi, che in qualche modo alla mia presenza ci tengono, che la ricercano. Mi sento quasi caricato di una responsabilità e non solo nei confronti di Stefano. Non posso negare che tutto questo sia per me anche profondamente gratificante, perché la mia vita affettiva gira ora completamente intorno a questi due ragazzi e mi sento finalmente vivo. Mi colpisce il fatto che tutto questo non abbia per me implicazioni sessuali e che io mi aspetti al massimo la prosecuzione delle cose così come sono adesso, cosa che però considero veramente importante. Non so se preferirei una normale relazione di coppia comprese le implicazioni sessuali, in fondo quella è solo un’ipotesi, mentre la presenza di Stefano e del suo ragazzo è una realtà e comporta un coinvolgimento affettivo molto forte e reciproco. Stefano mi considera “solo” un amico ma nel dire “solo” vuole specificare che la sua scelta di un compagno l’ha già fatta e resterà quella, ma ci sono altri livelli di implicazione nei quali una “semplice” amicizia può avere un peso enorme nel determinante l’equilibrio interiore di un individuo. Ti confesso, Project, che ho molta paura di poter fare danni che magari potrebbero manifestarsi a distanza di anni. So bene che tutto quello che va in qualche modo fuori schema presenta dei rischi , vorrei solo che tutto questo non si trasformasse col tempo da una bellissima relazione in un motivo di incomprensione e di risentimento. Al momento non c’è niente di simile e proprio per esorcizzare questa eventualità sto cercando di mettermi gradualmente da parte. Che ne pensi, Project? Ovviamente, se vuoi, puoi pubblicare la mia mail.
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martedì 13 febbraio 2018

AMORE GAY NON ESCLUSIVO

Ciao Project, ho visto che nel forum ci sono parecchi post dedicati agli ex e che non è molto raro che anche dopo la fine del rapporto di coppia si mantengano dei contatti importanti con il proprio ex, ed è quello che è capitato anche a me. Sono un quarantenne che nel corso della sua vita è stato con un solo ragazzo, più giovane di 11 anni. Ho voluto bene al mio ragazzo e ho anche sentito il suo affetto verso di me, penso sia stata per entrambi un’esperienza fondamentale. Io ero molto inibito e sostanzialmente incapace di capire il valore della sessualità vissuta in coppia, lui era molto più sciolto sessualmente ma tendeva a dare poco valore all’affettività, che per me è sempre stata fondamentale. Le nostre differenti visioni dei rapporti di coppia, inizialmente hanno creato qualche problema, ma poi, col passare degli anni, le nostre posizioni si sono sempre più avvicinate. In teoria tutto lasciava pensare che il nostro rapporto potesse continuare in modo tranquillo indefinitamente, ma non è accaduto così. In fondo i miei complessi erano ancora lì in buona parte e lui continuava ad avere resistenze a capire il fatto che per me volergli bene non era solo una questione di sesso. In fondo anche per lui non era una questione di sesso. Certe volte io non arrivavo a capire quanto lui avesse bisogno di un contatto sessuale e mi mettevo a parlare di cose molto teoriche e anche stupide, invece di mettermi veramente in sintonia con lui, lui si sentiva non capito, trascurato, io lo vedevo cambiare di umore e non capivo il perché. Quando aveva bisogno di sesso, nonostante la sua disinvoltura sessuale, non lo diceva sempre esplicitamente, anche perché sapeva che su quel terreno io ero spesso un po’ restio a seguirlo, sembra paradossale ma è così. Per un po’ le cose sono andare avanti così, poi mi ha detto chiaramente che mi voleva bene ma che lui aveva bisogno anche di altro. Sul momento ci sono rimasto male, poi mi è venuto in mente che lui è tanto più giovane di me e che forse il motivo di fondo è proprio quello. Gli ho detto che lo capivo benissimo e che non ci sarei rimasto male e l’ho anche incoraggiato a trovarsi un altro ragazzo. Quando poi lo ha trovato realmente sono andato in crisi, mi sentivo solo, in un certo senso sapevo che avevo fatto la cosa giusta ma la sua presenza mi mancava moltissimo. Lui aveva il suo ragazzo e stava anche bene con lui, almeno così sembrava, ma non mi ha abbandonato per questo. Quando parlavamo lo sentivo più sereno, meno nevrotico, e questo mi faceva stare bene. Io non lo chiamavo mai perché lui si sentisse libero, lui invece si faceva sentire, parlavamo abbastanza spesso su skype. Le nostre conversazioni non erano più quelle di due innamorati, ormai quella dimensione l’avevamo superata, ma erano comunque conversazioni di due persone che si stimano e che non vogliono perdersi e francamente non mi sembrava che il nostro rapporto avesse meno valore di prima, anche se forse per lui non era esattamente così. Ho conosciuto il suo ragazzo, che sapeva che lui era stato prima con me, e sono rimasto molto bene impressionato, era un ragazzo molto serio e gli voleva bene. La storia con questo nuovo ragazzo è andata avanti per quattro anni, poi è successa con lui una cosa simile a quella che era successa con me, non stavano più insieme ma continuavano a vedersi e penso anche a volersi bene. Un giorno viene da me, mi dice che vuole fare sesso con me ma aggiunge subito che è appena stato con l’altro suo ex. Io sono parecchio perplesso, gli dico che ci possono essere dei rischi per le malattie, lui mi dice: “Stiamo solo a letto insieme e tu mi abbracci… ok?” E abbiamo fatto così. Mi ha detto che l’altro suo ex sapeva che lui sarebbe venuto da me e non ha avuto problemi. Abbiamo parlato moltissimo. È stata una delle più belle nottate che ho passato con lui. È una storia di coppia la mia? Tecnicamente no, però, per quanto sia una cosa anomala, è comunque un modo di volersi bene. Lo dico con piena consapevolezza perché vedo che nessuno di noi tre, oggi come oggi, si sente a disagio per la nostra storia. Sappiamo tutti come stanno le cose e accettiamo la situazione senza problemi. Certo non è la storia di Cenerentola e del principe azzurro e, vista da fuori, può sembrare strana. Lui ama me ma anche il suo secondo ex, noi siamo stati abituati a pensare che i rapporti affettivi e più ancora quelli sessuali debbano essere esclusivi, che la fedeltà sia una virtù e che il tradimento sia una colpa grave, ma qui non c’è nessun tradimento, sappiamo tutti come stanno le cose. Non posso certamente dire di amare di meno il mio ragazzo perché lui sta anche con un altro, che poi è uno che gli vuole bene veramente. Perché dovrebbe rinunciare o a me o a lui? Francamente mi sentirei a disagio se il mio ex si dimenticasse veramente di me, ma se ha bisogno anche di un altro rapporto affettivo-sessuale, beh, non vedo perché ne debba fare a meno. Non mi sta imbrogliando, è tutto alla luce del sole e sono cose molto serie che possono avere un impatto importante sulla sua vita. Siamo proprio mosche bianche, Project? Ti è mai capitato di vedere situazioni simili? Mi piacerebbe conoscere il tuo parere e anche poter confrontare le mie esperienze con quelle di persone che hanno vissuto situazioni simili.
Peter
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giovedì 8 febbraio 2018

CHIESA CATTOLICA E GAY AI TEMPI DI PAPA FRANCESCO

È da molto tempo che non scrivo sul tema dei rapporti tra Chiesa cattolica e Gay. Indubbiamente Papa Francesco non ha alimentato crociate contro gli omosessuali come aveva fatto più volte il suo predecessore Benedetto XVI, e questo fatto ha acceso speranze circa un ipotetico cambiamento di rotta della Chiesa cattolica in tema di omosessualità e circa ipotetiche aperture dello stesso Papa Francesco verso i gay. Dico ipotetiche perché, prima di diventare papa, l’allora Arcivescovo di Buenos Aires si era espresso con parole molto nette contro il riconoscimento legale delle unioni omosessuali (https://gayproject.wordpress.com/2013/0 … osessuali/), e anche il Sinodo sulla Famiglia, si era risolto in un fuoco di paglia e in una sostanziale riaffermazione del “magistero” di Benedetto XVI in materia di omosessualità. Non credo affatto che papa Francesco abbia mai avuto vere aperture verso i gay, ma ammesso e non concesso che le abbia avute, quello che è certo è che, come era assolutamente ovvio aspettarsi, di fatto, non è cambiato nulla. Il Catechismo, come era scontato, non è stato modificato e le cosiddette aperture si sono manifestate per quello che erano, ossia come dei tentativi di salvare la faccia.
Sono sempre rimasto stupito dall’insistenza con la quale gli omosessuali cattolici hanno cercato l’approvazione della Chiesa, un’approvazione sostanzialmente impossibile, che richiederebbe una revisione dottrinale profonda e la rinuncia della Chiesa alla pretesa dogmatica di essere l’infallibile interprete della volontà di Dio. La Chiesa è una realtà storica che del messaggio di Cristo ha fatto spesso strame e che, come tutte le realtà storiche, è profondamente condizionata della sua stessa tradizione che finisce per sovrapporsi al messaggio evangelico e per confondersi con esso, oscurandolo.
Vorrei proporre alla vostra lettura un documento a firma dell’Arcivescovo di Torino, col quale l’Arcivescovo sospende un seminario facente parte della “pastorale degli omosessuali” perché ne sarebbe stato frainteso il significato. Non entro sul fatto che il significato sia o meno stato frainteso, ma voglio sottolineare che il documento è una prova evidente che nella Chiesa nulla è cambiato e nulla potrà cambiare in tema di omosessualità.
Riporto qui di seguito il testo del messaggio dell’Arcivescovo di Torino, che si può leggere sul sito della Diocesi (http://www.diocesi.torino.it/site/pasto … -nosiglia/)
“Pastorale degli omosessuali: intervento di mons. Nosiglia
Dichiarazione dell’arcivescovo di Torino del 5 febbraio 2018
Di seguito la dichiarazione dell’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, del 5 febbraio 2018 riguardo alla pastorale degli omosessuali e agli interventi apparsi negli ultimi giorni su alcuni media:
A proposito di alcuni interventi dei media circa l’impegno pastorale di don Gianluca Carrega, sacerdote della Diocesi di Torino incaricato per la pastorale degli omosessuali, è opportuno precisare alcuni punti.
La Diocesi di Torino ha da diversi anni promosso un servizio pastorale di accompagnamento spirituale, biblico e di preghiera per persone omosessuali credenti che si incontrano con un sacerdote e riflettono insieme, a partire dalla  Parola di Dio, sul loro stato di vita e le scelte in materia di sessualità.
È questo un servizio che si è rivelato utile e apprezzato e che corrisponde a quanto l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” di Papa Francesco afferma e invita a compiere: “Desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona indipendentemente dal proprio orientamento sessuale va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei confronti delle famiglie con figli omosessuali è necessario assicurare un rispettoso accompagnamento affinché coloro che manifestano una tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita” (n. 250).
Questo è lo scopo del percorso spirituale di accompagnamento e discernimento proposto in Diocesi. Esso vuole dunque aiutare le persone omosessuali a comprendere e realizzare pienamente il progetto di Dio su ciascuno di loro. Ciò non significa approvare comportamenti o unioni omosessuali, che restano per la Chiesa scelte moralmente inaccettabili: perché tali scelte sono lontane dall’esprimere quel progetto di unità fra l’uomo e la donna espresso dalla volontà di Dio Creatore (Gen. 1-2) come donazione reciproca e feconda. Questo però non significa non prendersi cura dei credenti omosessuali e della loro domanda di fede.
Per questo il percorso che la Diocesi ha intrapreso non intende in alcun modo legittimare le unioni civili o addirittura il matrimonio omosessuale su cui la “Amoris Laetitia” precisa chiaramente che “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie neppure remote tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (n. 251).
Alcune pubblicazioni hanno fornito, in questi giorni, interpretazioni diverse – spesso superficiali, a volte tendenziose – che rendono necessario chiarire le caratteristiche e i limiti del lavoro in questo ambito pastorale. Poiché si tratta di persone in ricerca, che vivono situazioni delicate e anche dolorose, è essenziale che anche l’informazione che viene pubblicata corrisponda alla verità e a una retta comprensione di quanto viene proposto, con spirito di profonda carità evangelica e in fedeltà all’insegnamento della Chiesa in materia.
Per questo ritengo, insieme con don Gianluca Carrega di cui apprezzo l’operato, che sia opportuno sospendere l’iniziativa del ritiro, al fine di effettuare un adeguato discernimento.
Mons. Cesare Nosiglia Arcivescovo di Torino”
Qualcuno si è stupito di quanto scritto dall’Arcivescovo di Torino, ma va sottolineato che il documento dell’Arcivescovo non fa che citare alla lettera la Amoris laetitia di Papa Francesco, che tratta in modo brevissimo di omosessualità soltanto in due punti, che riposto integralmente qui di seguito:
“250. La Chiesa conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni.[275] Con i Padri sinodali ho preso in considerazione la situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli. Perciò desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione»[276] e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita.[277] 
251. Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che «circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia»; ed è inaccettabile «che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso».[278] 
[275] Cfr Bolla Misericordiae Vultus, 12: AAS 107 (2015), 409.
[276] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358; cfr Relatio finalis 2015, 76.
[277]Cfr ibid.
[278] Relatio finalis 2015, 76; cfr Congregazione per la Dottrina della Fede,
Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali (3 giugno 2003), 4.”
Il documento di Papa Francesco si richiama alla Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, al Catechismo della Chiesa Cattolica, e alla Relazione finale del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia del 2015, che a sua volta dedica alla omosessualità solo il n. 76:
“76. La Chiesa conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni (cf. MV, 12). Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).
Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» (Ibidem). Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.”
La Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi cita esplicitamente le “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” della Congregazione per la dottrina della fede, del 3 Giugno 2003, a firma dell’allora cardinale Prefetto Joseph Ratzinger. (viewtopic.php?f=78&t=3349) La dottrina della Chiesa in materia di omosessualità resta quindi esattamente quella sancita da Benedetto XVI.
Mi chiedo come facciano, oggi, i cattolici omosessuali a mantenere un atteggiamento di soggezione che comporta la subordinazione della coscienza individuale ad un “magistero” che nella sostanza non ha nulla di evangelico e non fa che perpetuare affermazioni di puro pregiudizio in netto contrasto con la verità scientifica e con l’esperienza quotidiana degli omosessuali.
Mi occupo di omosessuali da molti anni e conosco moltissimi omosessuali e molte coppie omosessuali, francamente, pensare che il piano di Dio per queste persone comporti l’obbligo della castità mi sembra un’affermazione veramente oscena.
Chi ha orecchio per intendere intenda!
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venerdì 8 dicembre 2017

AMORE GAY E ACCETTAZIONE OLTRE I PREGIUDIZI SESSUALI

Ciao Project,
vorrei sottoporti un problema che mi ha tenuto per molto tempo (anni) in uno stato di incertezza. Cerco di descriverti per sommi capi la situazione. Io ho 45 anni, il mio ex-fidanzato (anche se questa espressione è decisamente inadatta nel caso concreto) ne ha 29. Lui è il mio ex, certo, ha avuto le sue storie dopo che ci siamo lasciati, ma alla fine non è riuscito a stare bene con nessuno; è un ragazzo che ha avuto un passato molto difficile con momenti di depressione profonda ma da tutto questo, o almeno dalle fasi peggiori di tutto questo sembra sia uscito. Abbiamo mantenuto costantemente un rapporto anche quando non stavamo più insieme. Lui è un po’ nevrotico (un bel po’) ma tra noi c’è stato sempre un feeling speciale che è andato ben oltre il sesso. Io penso che lui sia una persona di intelligenza superiore, anche se si è sempre sottovalutato. Negli studi ha perso tempo per ragioni legate soprattutto alla depressione e alle sue nevrosi, ma alla fine ha ottenuto risultati eccellenti, ma, a parte i risultati degli studi, vedo che ha un interesse profondo per il suo settore (tipicamente scientifico) e questo gli provoca anche ansia perché quando si applica molto ai suoi studi e ha l’impressione di non capire esattamente quello che sta leggendo o di non riuscire a sviluppare le ipotesi sulle quali sta lavorando, va in crisi e in quei momenti rischia di vanificare tutto. Col passare degli anni, però, ho notato che queste crisi sono sempre meno profonde e che non lo distruggono più come accadeva qualche anno fa. Non so che cosa farà nella vita oltre studiare (che è la cosa che mi sembra più adatta per lui); fino ad ora ha realizzato molto di più di quello che lui stesso si sarebbe immaginato all’inizio. Voglio sottolineare che gli voglio bene in modo profondo e che tra noi c’è una comunicazione che non ho mai avuto con nessun’altra persona. Quando sto accanto a lui non so mai come comportarmi, anche se adesso mi faccio meno problemi. Tra noi esiste anche qualche contatto sessuale, succede di rado ma succede, tanto più adesso che non ha un ragazzo da diversi mesi. Io, per mia natura tendo a creare rapporti prima di tutto affettivi e questo succede soprattutto con lui che è tanto più giovane di me. Tendo spesso a rassicurarlo, a dirgli che gli voglio bene, cosa che è verissima e che lui sa molto bene, ma il vero problema si presenta sul piano sessuale, che per lui è fondamentale. Ha sempre avuto la paura di poter essere messo da parte perché in lui la sessualità produce quasi una specie di frenesia e ha paura che tutto questo possa mettere in crisi i suoi partner, e qualche volta è successo. Anche io mi sono posto molte domande ma poi ho capito che i suoi atteggiamenti nei confronti del sesso sono condizionati dal suo passato e ho finito per pensare che in effetti non ci fosse niente di cui essere allarmati. L’idea di allontanarlo l’ho avuta anche io, ma solo in qualche situazione molto particolare e molto rara, alla fine però si è sempre superato tutto e penso che il nostro rapporto, per quanto sia strano, è comunque molto saldo. Lui mi richiede dei comportamenti sessuali che a me non verrebbero in mente, sono cose che non mi sconvolgono affatto ma un po’ contrastano con l mio modo di essere. Lui dice che con lui devo essere autoritario, duro, che devo farmi rispettare, che lo devo umiliare e la cosa mi sconcerta un po’, io qualche volta provo a fare quello che mi chiede, ma per me è un gioco, perché stare con lui mi fa una estrema tenerezza e mi sento portato ad abbracciarlo e non certo ad aggredirlo. Certe volte lui considera il mio atteggiamento come un non voler capire il senso di quello che mi chiede. Ne abbiamo parlato molto ed è evidente che nel chiedermi dei comportamenti duri, punitivi nei suoi confronti, gioca un ruolo fondamentale il ricordo delle sue prime esperienze. Io vorrei staccarlo dal ricordo di quelle esperienze e vorrei che lui entrasse nella dimensione di una sessualità fatta di tenerezza e di affetto reciproco, ma mi rendo conto che il peso dei ricordi per lui è molto forte e che la sua visione della sessualità, ormai a 30 anni, è ancora profondamente condizionata dalla sue prime esperienze. Certe volte è come se volesse essere punito per qualcosa che lui deve vedere assolutamente come una colpa, per esempio il fatto che, dopo essere stato con me, è stato con altri ragazzi. Io di tutto questo non gli ho mai fatto una colpa, perché ho pensato che trovarsi un ragazzo che gli volesse bene potesse essere fondamentale per la sua vita. Lui non è un mio possesso, è solo una persona che amo e che mi ama e di questo sono certo. Il punto è questo, Project, che devo fare? Assecondarlo come vuole lui o mantenere una linea intermedia, cioè fare anche un po’ come vuole lui ma senza trascurare mai di dirgli che gli voglio bene? E poi mi chiedo se il mio cercare di allontanarlo dai suoi ricordi sia una cosa giusta o se sia solo un tentativo di fargli chiudere forzatamente una parentesi che per lui non è affatto chiusa. È un po’ come se lui volesse rivivere con me, ma chiaramente in una dimensione anche affettiva, certe sue vecchie esperienze, forse rivivendole in un modo diverso potrebbe liberarsi dalla presenza ossessiva di quei contenuti. Vorrei sottolineare che lui ha avuto e ha dei problemi perché ha vissuto una vita difficile, ma non è una caso patologico. Sono felice di contare qualcosa per lui e, francamente, se lui sparisse dalla mia vita mi sentirei maledettamente solo. Certe volte quando mi parla dei suoi studi mi affascina anche se è sempre pronto a sottolineare che sono più le cose non chiare di quelle chiare. Adesso vedo in lui più autostima, anche se l’autostima non è mai stata la sua nota caratteristica. Mi sono affezionato a lui perché lo sento molto simile a me, io non sono uno scienziato e ho vissuto una vita molto banale finché non l’ho incontrato, ma in molti suoi atteggiamenti e in molti suoi modi di reagire mi identifico profondamente. Non mi ha mai imbrogliato, è generoso, ruvido ma anche affettuoso. Non vorrei nessun altro accanto a me perché noi più che una coppia siamo una famiglia. Quando mi chiama mi sento felice anche se non so mai come comportarmi. Anni fa litigavamo spesso e poi ci comportavamo come se non fosse accaduto nulla, adesso non litighiamo praticamente più e il dialogo non sembra più un confronto duro ma un modo di raccontarci reciprocamente le nostre emozioni. Resto incantato da come riesce in modo semplice e diretto a manifestarmi il suo bisogno di sesso; io non saprei fare niente di simile, ma in fondo lui sa che stargli vicino per me è la felicità e sa anche che questa è una certezza che non verrà meno.
Aspetto la tua risposta, Project, se vuoi metti anche questa mail nel blog. Ti ho allegato il mio contatto skype; mi farebbe piacere parlare un po’ con te.
Leonardo
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UN RAGAZZO GAY INNAMORATO DEL SUO PROFESSORE

Ciao Project,
sono arrivato al forum http://gayprojectforum.altervista.org attraverso un link in uno dei tuoi blog. Ti faccio i miei complimenti, perché è un forum veramente molto ben fatto e ci si trovano molte risposte che non si trovano altrove. È un peccato che i motori di ricerca non lo indicizzino adeguatamente. Ho visto che il blog in Italiano, invece, è molto indicizzato, ma per uno che non parla Italiano, avere un blog in Inglese sarebbe molto importante. Insisti e cerca di andare avanti, prima o poi riuscirai ad avere successo, almeno io lo spero.
Adesso vengo alla ragione di questa mail. Innanzitutto mi chiederai perché una mail (e da un indirizzo email a tempo) e non un bel post sul forum. La risposta a me sembra quasi ovvia. Voglio preservare al massimo la mia privacy e ho bisogno di capire come funzionano realmente le cose prima di fidarmi di te.
Ho quasi ventitré anni, sono uno studente di discipline scientifiche in una grande università di una città dell’Europa del Nord, dove vivo. Nella mia università ci sono anche associazioni gay, il clima per i gay dichiarati è piuttosto favorevole, ma il mio problema è che io non sono dichiarato e non voglio dichiararmi perché questo mi creerebbe qualche problema in famiglia (e non solo) o forse più che qualche problema mi provocherebbe un po’ di imbarazzo. Conosco tanti gay dichiarati; qui, in effetti dichiararsi non è un problema, con parecchi di quei ragazzi vado anche d’accordo ma vorrei cercare la mia strada in un altro modo e tra poco capirai perché.
Le associazioni gay universitarie sono posti piuttosto seri e non ho niente contro queste cose, ma lì la sessualità diventa un fatto sociale, un argomento di conversazione, un qualcosa che deve essere condiviso e ci sono inevitabilmente degli standard in cui io non mi riconosco pienamente. Cerco di spiegarmi meglio, io non mi innamoro dei miei coetanei ma di uomini adulti, i miei colleghi di corso mi considerano etero perché con loro io ho dei classici rapporti di amicizia come quelli tra ragazzi etero, perché i miei colleghi di università non mi attraggono sessualmente, mentre certi miei professori sono per me anche un interesse sessuale e ovviamente un discorso simile, in una associazione universitaria gay, suonerebbe piuttosto strano. Ho fatto una piccola indagine tra i ragazzi gay che conosco e non ce n’è neppure uno che abbia interessi simili ai miei, quindi ho preferito lasciare da parte le associazioni universitarie gay.
Non c’è bisogno di dire che mi sento molto solo, anche perché non posso parlare con nessuno della mia vera vita. E allora me ne sto da parte ed evito di farmi coinvolgere in modo diretto. Studio molto, ho buoni risultati, ma purtroppo non ho una mia vita affettiva-sessuale, vivo solo di fantasie e di proiezioni.
Lo scorso anno sono stato inserito in un gruppo di laboratorio di sei studenti, coordinato da un professore quarantenne che non è solo bravissimo ma anche bellissimo. Certe volte si stava in laboratorio anche per quattro ore di seguito. Una volta abbiamo messo su un esperimento che doveva durare per sei giorni di seguito e doveva essere monitorato senza interruzioni, giorno e notte. I miei cinque colleghi venivano solo la mattina, io mi sono offerto di rimanere lì e di monitorare l’esperimento e, in pratica, sono rimasto in Istituto una settimana di seguito, giorno e notte. Il professore veniva spesso il pomeriggio e qualche volta si tratteneva anche fin oltre la mezzanotte. Per me, vederlo era una vera felicità, parlavamo quasi soltanto dell’esperimento, io gli ho proposto una modifica e ho cercato di spiegargliene le ragioni, e lui mi è stato ad ascoltare con la massima attenzione e poi ha deciso di mettere in pratica quella modifica e la cosa mi ha fatto immensamente piacere. Le ultime due sere, è venuto in laboratorio e ha portato con sé la cena per lui e per me e abbiamo cenato insieme. Alla fine dell’esperimento mi ha proposto di fare con lui una piccola pubblicazione per descrivere l’esperimento e suoi risultati. Mi ha detto che avremmo lavorato insieme per tre giorni e che non sarebbe stato un grosso impegno.
La pubblicazione dell’articolo col mio nome dopo quello del professore mi ha creato una situazione di imbarazzo terribile coi miei colleghi che mi hanno considerato un opportunista e un arrampicatore sociale, ma in effetti anche loro avrebbero potuto partecipare in modo molto più concreto alla gestione dell’esperimento.
Il mio rapporto col professore era ottimo, ma ovviamente, per quanto riguardava me, non si trattava solo di una collaborazione si studio e di ricerca, io mi ero innamorato del professore, anche se non sapevo niente di lui. Non è sposato, questo lo so di certo. Sta spesso in giro sia in Europa che negli USA. L’ho sempre visto girare da solo, ma non ne so più tanto. Con me era perfettamente a suo agio, ma anche molto professionale. Nelle tante ore passate insieme abbiamo parlato solo dell’esperimento, non c’è mai stato nemmeno un cenno alla vita privata.
Adesso il periodo del gruppo di ricerca è finito, ogni tanto vedo il professore che va su e giù per le scale dell’Istituto, qualche volta vado a salutarlo nel suo ufficio e un paio di volte mi ha anche invitato a pranzo alla mensa dell’Istituto, ma non c’è mai stato nulla che andasse di un solo centimetro fuori dal perimetro del rapporto professionale. Sui social non ha un profilo, io ho la sua mail, ma è quella ufficiale dell’università. Non so che fare, Project, Io me ne sono innamorato ma ho paura di combinare guai. Molto sinceramente penso che lui abbia del tutto rimosso la vita affettiva e ormai si sia consacrato totalmente alla ricerca, ma io ho la vaga sensazione che la ricerca sia solo un modo per evitare di pensare. Ho la vaga sensazione che lui sia gay e, nonostante tutta la sua ostentata professionalità, penso di essere per lui anche una grande tentazione. Questa sensazione l’ho avuta più volte, non saprei nemmeno dirti una ragione precisa che mi spinge a pensarlo, ma dei piccoli sorrisi, delle frasi cominciate in un modo e finite in un altro, delle pause troppo lunghe e certi modi di distogliere lo sguardo mi hanno fatto pensare. Devo essere io a fare il primo passo o devo aspettare di essere fuori dall’università, se mai ne uscirò fuori, per fare con lui un discorso da pari a pari? Io credo che a lui accada una po’ qualcosa di simile a quello che accade a me, ma a parti invertite. Io sono troppo giovane per lui secondo il “modello standard” e lui è troppo vecchio per me, ma il modello standard non detto che debba sempre valere. Ci sono molte cose che quel modello non spiega. Certo all’università un professore non si può compromettere con uno studente, perché effettivamente sarebbe troppo rischioso, e mano ancora uno studente può fare la dichiarazione d’amore a un professore.
Certe volte sono tentato di rischiare il tutto per tutto e penso che alla fine vincerei la mia scommessa, ma non lo voglio mettere in situazioni imbarazzanti. Ecco, io continuo ad andare avanti così. Sulla soglia di un rapporto che potrebbe essere bellissimo, e secondo me non è solo un’ipotesi astratta, ma sia a me che a lui manca il coraggio di fare il passo senza ritorno, sia per opportunità che soprattutto per la paura di sentirsi rispondere con un rifiuto. È il mio primo amore e ho paura di bruciare tutto per la fretta.
Adesso puoi capire come mi sento e che cosa posso provare. Io sogno il mio professore ogni notte, ma non lo sogno in cattedra ma nel mio letto, è diventata ormai una specie di ossessione… Che devo fare, Project? Ti è mai successo di vedere situazioni simili alla mia?
Se lo credi opportuno pubblica la mail, perché è abbastanza neutra.
G.O.
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domenica 3 dicembre 2017

NON GIUDICARE GLI ALTRI GAY

Caro Project,
ho letto alcune parti del tuo libro “Essere Gay” e mi ha colpito l’idea di morale gay, cioè l’idea di distinguere tra una omosessualità buona e una cattiva o almeno meno buona. In questo modo io credo che tu voglia mettere in evidenza quanto c’è di buono nella omosessualità, e su questo non posso che concordare con te, ma purtroppo sottolineando quello che c’è di buono si finisce per sottolineare anche quello che c’è o ci può essere di negativo e qui potrei ancora essere d’accordo con te, ma con qualche limitazione significativa. 

Project, tu dici di essere assolutamente laico e ti rispetto per questo, io vengo invece da una formazione cattolica abbastanza tradizionale, in teoria dovrei aver imparato a distinguere il bene dal male ma ho anche imparato a non giudicare e a non sottovalutare le ragioni degli altri, anche di quelli che hanno stili di vita diversissimi dal mio.

Sono ormai vicino ai 70 anni e ogni volta che mi capita di poter avere un dialogo serio con qualcuno che ha vissuto esperienze lontanissime dalle mie mi rendo conto che se per un verso mantengo la mia tendenza a giudicare, per l’altro sono fortemente frenato dal fatto che le cose sbagliate, quando sono viste da vicino sono molto meno strane e sbagliate di quanto appaiono quando sono viste solo da lontano o sono considerate solo in teoria.

Parlavo giorni fa con un ragazzo non ancora trentenne e, come mia vecchia abitudine e mio difetto, stavo per l’ennesima volta cercando di mettermi in cattedra, ma per fortuna mi sono trattenuto e ho lasciato spazio a quel ragazzo. Lui mi ha parlato con molta sincerità delle sue esperienze di vita e io mi sono sentito del tutto disarmato, mi rendevo conto che i miei argomenti moralistici non avevano alcun senso se confrontati con esperienze dure come quelle vissute da quel ragazzo. Mi sono sentito un totale imbecille, uno che si è illuso di capire tutto senza avere realmente alcuna conoscenza di ciò di cui sta parlando. Il mio mondo mi è sembrato solo un ammasso di chiacchiere vuote.

Che avrei fatto se mi fossi trovato nelle situazioni in cui si è trovato quel ragazzo? Che cosa avrei scelto? E poi, avrei avuto reamente la possibilità di scegliere? Quel ragazzo era radicalmente diverso da me nei suoi atteggiamenti perché aveva avuto una vita radicalmente diversa dalla mia e molto più dura della mia. Prima avrei giudicato male i ragazzi come lui, avrei detto che avevano l’idea fissa del sesso, ma, in fondo, vedevo sempre più chiaramente la stupidità di questi giudizi.

La moralità del mio essere gay, o almeno quella che a me sembra essere la moralità del mio essere gay, se vogliamo dire tutta la verità, mi viene dalla mia formazione cattolica, che mi ha in qualche modo preservato dalle esperienze più dure, cioè il mio essere cattolico mi ha fatto essere gay in un modo molto particolare, ma attenzione, si tratta di un modo più prudente, più oculato, più controllato, ma forse anche più ipocrita e meno sostanzialmente partecipativo. Ho fatto quello che fanno tutti i ragazzi, sesso compreso, anche se con prudenza, non sono un santo e mi rimprovero soprattutto di non aver fatto quel po’ di bene che avrei potuto fare, poi mi fermo a riflettere e mi chiedo che cosa mi ha allontanato per esempio dalla ricerca del sesso sfrenato, e onestamente, pensandoci bene, non credo che sia stata l’educazione cattolica ma la paura, cioè brutalmente la necessità di salvare la faccia, che è una cosa comunque molto meschina, ecco che il confine tra moralità e meschinità diventa molto meno netto.

La necessità di salvare la faccia per me aveva un valore solo perché non sono mai stato veramente me stesso al 100% e soprattutto non sono mai stato messo con le spalle al muro da situazioni di fatto più forti di me, come è accaduto a quel ragazzo, perché in quel caso con ogni probabilità mi sarei comportato esattamente come lui. Quando si va alla sostanza delle cose la moralità delle persone, più che una qualità individuale è il risultato di un contesto e gli stessi concetti di merito e di colpa perdono i loro contorni chiari.

In fondo lo stesso papa Francesco aveva detto. “Chi sono io per giudicare un gay?” Sembrava una frase impacciata, che voleva indicare un’apertura ma è una frase che ha un significato estremamente serio. Ho provato ad applicare quella frase a me stesso e sono arrivato alla conclusione che non ho alcun diritto di giudicare. Anche chi va alla ricerca disperata e quasi nevrotica di sesso può avere ugualmente una sua morale e quella morale non è peggiore della mia, ed è solo apparentemente diversa.

Dal dialogo con quel ragazzo ho capito che il sesso non gli ha portato affatto la felicità e che in lui il bisogno di essere amato e rispettato per quello che è veramente è vivissimo, direi anzi che è molto più vivo che in me. Siamo rimasti a parlare per ore e abbiamo capito che tra noi c’era un rispetto reciproco profondo, un rispetto reciproco quasi inaspettato ma assolutamente reale.

Project, permettimi una divagazione, io, che sono gay e che non voglio perdere il contatto con la mia fede, ammiro molto papa Francesco, perché, secondo me, ha riportato il Cristianesimo ai suoi valori fondanti, non ha fatto polemica con la modernità ma si è messo alla ricerca delle persone e delle loro sofferenze, in sostanza non ha giudicato ma ha cercato di fare sentire la sua voce a favore degli ultimi. Fare qualcosa di buono e di concreto senza giudicare nessuno, questo è il suo stile.

Insomma, adesso sento che il mio essere gay può essere veramente conciliabile con il mio essere cristiano, almeno fino ad un certo punto. So che tu hai sostenuto il contrario, ma lo hai sostenuto in altri tempi, e mi piacerebbe capire che cosa pensi oggi, dopo che papa Francesco ha dato una lettura più evangelica del cattolicesimo. Scusami se mi sono permesso di provocarti con questa mia mail ma ti stimo molto e mi piacerebbe sapere se sei sempre dello stesso parere. Vorrei sottolineare che apprezzo molto quello che fai.
Paolo
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Caro Paolo,
ho letto la tua mail con vivo interesse. Sì: non giudicare! È un principio evangelico ma è anche un dovere morale laico. Quello che dici di quel ragazzo, mi è capitato più volte e mi ha messo in crisi più volte. Adesso la mia tendenza a giudicare si è ridotta notevolmente e ho recuperato la consapevolezza della mia ignoranza e delle mie incapacità. Credo di avere ancora moltissimo da imparare e purtroppo, alla mia età, non avrò il tempo per capire molte cose, ma certo l’idea di giudicare la terrò a freno.

Quanto a papa Francesco, non posso negare che, pur sentendomi radicalmente laico, ascolto con la massima attenzione quello che dice e cerco di farne tesoro. Ho anche io l’impressione che abbia riportato il cattolicesimo a valori più autenticamente evangelici. Il cattolicesimo non è o non dovrebbe essere un’ideologia. Direi che è un papa che ha atteggiamenti sostanzialmente laici e condivisibili da molte persone di buon senso anche fuori dalla chiesa cattolica, ha indubbiamente coraggio. Non posso negare che, specialmente negli ultimi mesi, sono rimasto molto colpito dal fatto che Francesco non sottolinei mai le divisioni ma cerchi la collaborazione degli uomini d buona volontà per fare tutti insieme qualcosa di buono e di concreto. Effettivamente papa Francesco non ha giudicato ma ha cercato di perseguite il bene impegnandosi per le periferie del mondo. Mi dispiace solo che sia ormai un uomo anziano perché la sua presenza potrebbe essere archiviata rapidamente dopo la sua uscita di scena e sarebbe veramente un danno per tutti, cattolici e no. Beh, credo che si capisca abbastanza bene quello che penso di papa Francesco.

Paolo, ti ringrazio veramente moltissimo della tua “provocazione”! Magari ci fossero tante provocazioni di questo tipo!

Project
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sabato 2 dicembre 2017

AMORE GAY PRIMA E DOPO

Ciao Project,
ho letto tanti articoli sulle coppie gay, da quelli di tipo scientifico-sociologico a quelli di gossip, a quelli di sessuologia di coppia, in quegli articoli si parla di tutto, di sesso, di fantasie sessuali, delle possibili realizzazioni di quelle fantasie, di ruoli sociali, di tolleranza e ovviamente di bellezza e di fascino, ecc. ecc., ma secondo me ci manca sempre l’elemento fondamentale, ossia il fatto che ci si ami veramente. 

Amare sarà anche un questione di sesso, questo non lo nego, ma secondo me è molto di più. Non so perché con certe persone succede e con altre persone non succede affatto, ma volersi bene significa prima di tutto rispettarsi, capirsi, pure nella propria diversità. L’altro non è un altro me stesso, in lui non amo me stesso ma qualcosa di diverso che sento affine, certo, ma non identico, amo la sua libertà anche quando lo allontana da me, amo il suo essere diverso da me e il suo amarmi nonostante tutto, un amarmi che mi valorizza e mi fa sentire vivo, apprezzato, gratificato. 

In coppia si sta bene solo quando ci si ama veramente, quando si desidera il bene dell’altro, quando la sua felicità conta più della nostra, ma per volersi bene non è affatto necessario essere in coppia. 

Ho avuto una bellissima storia con un ragazzo che ho amato tantissimo e che mi ha amato tantissimo, adesso non stiamo più insieme, eppure ci amiamo lo stesso, perché il rispetto, l’affetto, la comprensione che c’erano tra noi sono rimasti identici, è venuta meno l’esclusività sessuale, eppure noi continuiamo ad amarci, anche se lui ha un nuovo compagno e poi, chi ha detto che si possa amare solo una persona alla volta? 

Se il mio ex avesse bisogno di me, per lui farei qualunque cosa, perché gli voglio bene, e sono certo che il suo attuale compagno non sarebbe affatto geloso e sarebbe il primo a spingermi in quella direzione, tra l’altro ci conosciamo e ci stimano. L’unica cosa che avrebbe potuto mettere in crisi i rapporti tra me e il mio ex-compagno sarebbe stata l’inganno, il raccontare una cosa e farne un’altra, ma è proprio quello che tra noi non è mai accaduto. 

Non sono gli obblighi legali a creare i sentimenti. Non ho mai capito i ragazzi che odiano i loro ex, se li odiano “dopo” vuol dire che non li amavano “prima”. Ho sempre considerato il mio ex una persona ottima sotto tutti i punti di vista, di lui mi fidavo totalmente. Ora non siamo più una coppia ma io continuo a considerarlo una persona ottima, non ho cambiato opinione su di lui per il fatto che non siamo più una coppia. 

Secondo me, noi tutti, e in particolare noi gay ci facciamo trascinare dal modello di rapporto matrimoniale tradizionale, che contiene delle oggettive assurdità. Provo a spiegarmi meglio: quando un uomo e una donna si sposano, almeno quando si sposano con un rito religioso, si promettono amore eterno, intendendo per amore non solo rispetto e dedizione ma addirittura coinvolgimento sessuale esclusivo e nel promettere una cosa di questo genere si impegnano a garantire qualcosa che non è in loro potere. 

Io posso promettere rispetto e assistenza in caso di necessità, queste sono le cose che posso promettere, quanto al coinvolgimento sessuale esclusivo, che non è una scelta ma è qualcosa di libero e spontaneo, posso al massimo affermare che quel coinvolgimento c’è adesso, ma siccome non è un atto volontario non posso promettere niente per il futuro. 

Ma forse il matrimonio tradizionale prescinde dall’amore, non mi obbliga ad amare una persona per tutta la vita ma solo ad astenermi dai rapporti sessuali con altre persone, il che vuol dire che mi obbliga a dei comportamenti assolutamente non spontanei. 

Ora, forse nel campo etero un comportamento di questo genere può avere senso perché ci sono gli interessi dei figli da salvaguardare, ammesso e non concesso che per i figli sia meglio avere un genitore costretto a livello legale alla fedeltà sessuale, cosa che mi sembra del tutto assurda, o che almeno considero come una indebita semplificazione perché mira a garantire forzatamente quello che non è coercibile. Ma per una coppia gay, in cui non ci sono figli, il modello matrimoniale non ha senso, perché l’unica cosa che conta è l’amore, che è cosa diversa dalla fedeltà sessuale.

Io non sono un ragazzo, ho 55 anni e il mio ex-compagno ne ha pochi di meno. Due anni fa ho avuto un infarto e rischiavo di finire male. Non avevo più parenti stretti ed ero affidato in pratica alle associazioni di volontariato. Al mio ex-compagno non avevo detto nulla per non creargli obblighi di nessun genere. Lui è venuto a sapere che io ero in ospedale da altre persone ed è venuto subito a trovarmi in ospedale. 

Era estate e lui era in ferie col suo compagno. Hanno interrotto le ferie e sono venuti subito da me, sono venuti tutti e due, e hanno fatto i turni per non lasciarmi solo fino alle dimissioni e poi sono venuti a stare a casa mia, si sono proprio trasferiti a casa mia, finché io sono stato in convalescenza, cioè per circa due mesi e se ne sono ritornati a casa loro solo quando hanno visto che io potevo essere autosufficiente e anche dopo son venuti spesso a trovarmi e lo fanno ancora. Io ho visto che il mio ex era contento e che il suo compagno era un uomo serissimo. Mi sono sentito amato da loro. 

So bene che questo non è il tipo di amore che in genere si considera più importante, eppure, per me, questo tipo di amore è stato l’unica vera spinta verso l’uscita dai miei problemi, cioè l’unica vera spinta verso la vita. Aggiungo una cosa: da allora trascorriamo le feste insieme e posso solo dire che stiamo bene. 

Trent’anni fa non avrei mai immaginato una situazione del genere. Trent’anni fa avevo in mente tanti modelli e sognavo cose che mi sembravano bellissime ma erano del tutto irreali e non ero in grado di dare un valore alle cose che effettivamente ne avevano. Poi, piano piano, ho cominciato a rendermi conto e a capire che cosa vuol dire veramente amarsi. L’ho capito, in pratica solo da vecchio. 

Pensa, Project, che quando col mio ex-compagno abbiamo deciso di separarci io credevo che non ci saremmo più visti, perché secondo me, allora, le alternative erano solo due o amore perfetto (la favola) o l’indifferenza totale, se non addirittura astio e odio. E invece non è stato affatto così. Non mi sono mai sentito tradito o imbrogliato, non ho mai pensato di avere buttato via gli anni della mia vita, niente di tutto questo, semplicemente, ho imparato a capire quanto ci può essere di bello in un rapporto che resta un rapporto d’amore, di rispetto e di affetto reciproco, anche quando l’attrazione sessuale viene meno. 

Non sono un assertore dell’amore libero nel senso di vivere la sessualità in modo superficiale col primo che capita e poi ciao! No, niente di tutto questo, ma l’amore è libero e, se è vero amore, non viene meno nemmeno quando l’attrazione sessuale svanisce. Ho provato a raccontare la mia esperienza a dei ragazzi gay giovani ma mi hanno guardato con sospetto, come se fossi una caso patologico, per loro i modelli ci sono eccome e penso che sia proprio questa la ragione che provoca in loro tanta insoddisfazione. 

Se interiorizzo profondamente i modelli delle favole e li confondo con la realtà, finirò per essere sempre deluso dalla realtà. La realtà deve essere capita, bisogna imparare a vederne i lati positivi, che sono tanti anche se non sono così evidenti. 

Ho impiegato anni a superare i modelli di comportamento di tipo matrimoniale ma posso affermare che adesso mi sento molto più libero. 

Devo dire però che non credo che la mia esperienza sia facilmente generalizzabile, perché il mio ex-compagno è veramente una persona speciale; se mi fossi innamorato di una persona superficiale, incapace di sentimenti veri e condizionata al punto di dover reagire sempre e soltanto nella maniera standard, probabilmente in quegli schemi ci sarei rimasto impegolato anche io. Non voglio quindi farmi maestro, perché sono stato estremamente fortunato, però devo dire che la mia esperienza fuori-schema non è stata per niente fallimentare ed è stata in pratica la scoperta di un mondo nuovo, molto meno condizionato e molto più autentico.

Se lo ritieni opportuno, pubblica questa mail, forse a qualcuno potrebbe essere utile.

Lorenzo
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